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Tutte le news del mondo Dianova

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Corso di pasticceria e panificazione nella Comunità Dianova di Ortacesus

Un percorso formativo dedicato agli ospiti della struttura in collaborazione con il CPIA1 di Cagliari Dal 2015 la Comunità Dianova di Ortacesus collabora con il CPIA1, Centro Provinciale Istruzione Adulti, di Cagliari per realizzare percorsi di scolarizzazione e formazione in diversi ambiti. A inizio anno le docenti Cristina Cabiddu e Anna Serra hanno organizzato un corso di panificazione e pasticceria che rientra all’interno del progetto regionale FOR.POP.AD. della regione Sardegna, che ha l’obiettivo di contrastare la dispersione scolastica, rafforzare le competenze e creare nuove opportunità di lavoro. Il corso, a cui hanno partecipato 9 ragazzi, è stato tenuto da Simone Manciocchi, esperto di pasticceria che ha svolto lezioni teoriche e pratiche, permettendo ai ragazzi di conoscere le farine, i lieviti e i tempi di cottura, acquisendo anche delle nozioni sui metodi tradizionali della panificazione sarda. Per la conclusione del corso è stato organizzato un pranzo all’aperto insieme all’equipe della struttura, a tutti gli ospiti, ai docenti e al dirigente del CPIA1 di Cagliari, dove i partecipanti alla formazione hanno preparato pizze e dolci. L’attestato di partecipazione che verrà rilasciato ai 9 ragazzi permetterà loro di ampliare le competenze utili per il reinserimento lavorativo; da diversi anni infatti in tutte le comunità di Dianova vengono realizzati corsi professionali di panificazione e pasticceria per aiutare le persone ospiti delle strutture a imparare un mestiere che possa favorire la ricerca di un lavoro in un settore tipico della tradizione italiana. Un’importante opportunità per inserirsi in ottica lavorativa in un mercato che, ad oggi, è alla continua ricerca di figure professionali, soprattutto in Sardegna dove, secondo un’analisi di Confartigianato, più un terzo dei panettieri e pastai artigiani è difficile da reperire, come sottolinea Marina Manconi presidente di Confartigianato Gallura e panificatrice: “In troppi stanno sottovalutando l’importanza della costruzione di percorsi di inserimento nelle imprese di panificazione di giovani che possano imparare i segreti della tradizione e quindi garantire il passaggio generazionale.” Un ringraziamento a Simone Manciocchi per aver accompagnato i nostri ragazzi in questo percorso, ad Anna e Cristina e a tutti i membri del CPIA1 di Cagliari che continuano con impegno e professionalità a insegnare nella Comunità di Ortacesus permettendo di creare una forte sinergia con le realtà territoriali.

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Un’intervista ad Anna e Cristina, insegnanti nella Comunità di Ortacesus

Una testimonianza dell’importanza del progetto “Non è mai troppo tardi: portiamo la scuola in comunità” Anna e Cristina sono insegnanti del C.P.I.A. (Centro Provinciale Istruzione Adulti) di Cagliari e collaborano con Dianova dal 2015, anno in cui è stato introdotto in comunità il progetto “Non è mai troppo tardi: portiamo la scuola in comunità”. Insegnano rispettivamente francese e italiano e una volta a settimana svolgono con i nostri ragazzi attività laboratoriali e progetti di diverso tipo. Da quanto tempo collaborate con Dianova? Cosa vi ha spinto a scegliere di lavorare con gli adulti? Collaboriamo con la Comunità Dianova di Ortacesus da ormai sette anni, dal 2015. La scelta di lavorare con gli adulti in realtà è stata un po’ dettata dal caso. Dopo aver lavorato per anni con i ragazzi siamo entrate nella realtà educativa adulta e, se inizialmente eravamo spaventate da questa sfida, abbiamo presto potuto sperimentare quanto lavorare con altri adulti sia in realtà stimolante e motivante. C’è infatti uno scambio reciproco, un confronto attivo. In comunità l’esperienza è ancora diversa e abbiamo lottato tanto affinché venisse concretizzata la proposta di portare la scuola in questa realtà. Quali sono gli strumenti che utilizzate generalmente per le vostre lezioni? Oltre alle lezioni classiche frontali cerchiamo di rendere l’insegnamento e l’apprendimento interattivi. Crediamo molto nell’importanza della lettura, perciò abbiamo attivato un laboratorio in cui proponiamo delle letture ai nostri studenti e poi guardiamo i film tratti da esse, commentandoli insieme. Attraverso la lettura cerchiamo di catturare l’attenzione dei ragazzi proponendo testi che possano essere per loro interessanti ma al contempo educativi e che affrontino tematiche rilevanti, come l’educazione civica e la legalità. È bello vedere come anche persone che non hanno mai letto un libro, si incuriosiscano e partecipino attivamente. Anche le canzoni sono un bel punto di partenza per far riflettere. L’educazione in età adulta è sicuramente una sfida non facile da affrontare, poiché si sono già interiorizzati pensieri, pregiudizi, vissuti, credenze talvolta difficili da sradicare o da ammorbidire, a maggior ragione in un contesto come quello comunitario. Come affrontate voi questa sfida? Affrontiamo questa sfida entrando in sintonia con loro, vedendoli semplicemente come persone quali sono, senza giudizi o etichette. Sono persone con le loro esperienze, positive o negative, con un loro bagaglio di vita che va rispettato. Non entriamo mai nel personale, non facciamo domande sulla loro vita, sono loro che, se ne sentono il bisogno, parlano con noi e si raccontano. Il nostro diventa così un rapporto di fiducia, rispetto e collaborazione. Crediamo che l’empatia debba essere alla base del nostro lavoro e che la scuola sia fondamentale per completare il loro percorso di riabilitazione e reinserimento. Lavoriamo sull’autostima dei ragazzi, sulle loro possibilità di riuscita, credendoci noi per prime fermamente e integrando quello che è il lavoro degli operatori della struttura, con cui c’è sempre stata una forte stima corrisposta. Come è percepito il vostro lavoro in comunità all’esterno? All’inizio purtroppo non particolarmente bene. Ci siamo dovute scontrare con commenti diffidenti, anche da parte di persone vicine a noi. Il nostro è stato visto come un lavoro di serie B. Adesso invece chi ci conosce e chi parla con noi sa quanta passione, impegno ed entusiasmo mettiamo nel nostro lavoro e dai nostri racconti si coglie l’importanza che per noi e per i nostri studenti ha questo progetto. Quali sono le più grandi soddisfazioni che traete dal vostro lavoro in comunità? Spesso i ragazzi sono intrisi di negatività, si demoralizzano, pensano di non riuscire a fare determinate cose, invece è bello metterli alla prova, accompagnarli e osservarli mentre pian piano raggiungono i loro risultati, capendo di potercela fare. Questa è una soddisfazione molto grande. Oltre alle lezioni frontali proponete ai ragazzi corsi e uscite formative durante l’anno scolastico, che loro apprezzano sempre. Ne avete altre in programma? Assolutamente sì, anche se purtroppo la pandemia ci ha rallentate un po’ in questo aspetto. Tra le uscite a breve termine abbiamo in programma uno spettacolo teatrale ambientato nel periodo della Seconda Guerra mondiale a Cagliari. Altre uscite sono previste per la primavera. Speriamo di potere presto riattivare anche dei corsi, infatti negli scorsi anni ne abbiamo proposti diversi, tra cui quello da pizzaiolo ‘Arte della pizza’, da giardiniere, di pasticceria ed educazione linguistica ‘Dolci ricordi’, di teatro. Riteniamo sia importante offrire loro, oltre alle nozioni teoriche, anche esperienze concrete e maggiori opportunità in ambito lavorativo. Evidente e dimostrata è la correlazione tra uso di sostanze e abbandono scolastico, con conseguente basso livello di scolarizzazione. Da insegnanti, che genere di intervento sentite di poter fare ai vostri studenti in comunità, ma anche ai ragazzi delle scuole, in relazione a questo sull’importanza dell’educazione e dell’istruzione? Riteniamo che la scuola sia molto importante e nel caso dei ragazzi della comunità essa costituisce un’esperienza, un percorso che loro non hanno mai affrontato davvero, per diversi motivi. Gran parte di loro hanno un ricordo negativo della scuola, quando si è giovani spesso viene vista più come una costrizione, ma in realtà istruzione, cultura ed educazione sono e dovrebbero essere elementi essenziali nella vita di ognuno. Per quanto riguarda i giovani, che si trovino in una situazione di smarrimento e a rischio ma in generale per chiunque, crediamo che portare la testimonianza nelle scuole possa essere il migliore atto di prevenzione, soprattutto se l’intervento viene proposto da chi in determinate situazioni ci è realmente passato. Qual è l’augurio che vorreste fare ai vostri studenti in comunità? Quello che possiamo augurare loro è di andare avanti per la loro strada con lucidità, ricostruendo la propria vita e i propri rapporti con le loro forze e l’aiuto di chi li circonda. Auguriamo loro di potere credere in sé stessi, di avere fiducia e di vivere serenamente. Il nostro obiettivo è quello di educare al bello e speriamo fermamente che i ragazzi, questa bellezza possano coglierla e scoprirla davvero.

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Nella Comunità di Ortacesus avviato il gruppo “Relazioni famigliari e interpersonali”

Un gruppo che ha l’obiettivo di analizzare ed esaminare insieme a chi vi partecipa quali sono le dinamiche relazionali inerenti il proprio contesto familiare. Un’esigenza nata anche dal fatto che nella struttura, per questioni organizzative, non è possibile effettuare dei veri e propri gruppi familiari che consentirebbero di lavorare concretamente anche con i componenti del nucleo familiare degli ospiti. È per questo che, in alternativa, abbiamo simulato una personificazione della loro presenza per evidenziare e analizzare con i componenti del gruppo come, dal loro punto di vista, sono caratterizzate le relazioni, storiche ed attuali, con le persone di riferimento. Il gruppo, condotto da una psicologa psicoterapeuta e da un educatore dell’equipe della comunità, ha un orientamento sistemico relazionale che osserva e studia il comportamento dell’individuo ponendolo al centro del sistema di relazioni in cui la persona è nata, è cresciuta e in cui vive: trattare le relazioni significa trattare anche i pensieri, le emozioni, i vissuti e le storie che si legano ad esse, anche a livello individuale. Un lavoro che viene fatto appunto attraverso un approccio che si definisce sistemico nel quale il disagio espresso dal singolo viene letto come espressione di un problema nel suo sistema di relazioni. In un’ottica sistemico relazionale la famiglia infatti è un vero e proprio sistema che ha, tra i suoi compiti, quello di favorire lo sviluppo psicologico e sociale dei suoi membri; segue un suo ciclo vitale, passando attraverso diverse fasi, ognuna caratterizzata da compiti evolutivi. La dipendenza da sostanze è il sintomo di un problema e come tale assume un suo significato specifico all’interno del sistema familiare in cui si manifesta; mette la famiglia spesso nella condizione di non doversi confrontare con nuove modalità di interazione, di evitare i cambiamenti e di congelare i ruoli, interrompendo e arrestando il normale ciclo evolutivo: i modelli relazionali non cambiano e l’intera famiglia si trova a reiterare e a persistere nello stesso schema disfunzionale. Ai partecipanti in prima battuta viene data una breve spiegazione teorica sui Sistemi (cosa sono, da cosa sono caratterizzati, come funzionano, etc…) su come siano interconnessi e come interagiscono tra di loro e con l’ambiente esterno, reagendo ed evolvendo come un tutto. Il cambiamento di un elemento del Sistema porterà quindi al cambiamento parallelo degli altri elementi facenti parte dello stesso Sistema. La dipendenza spesso rappresenta anche la conseguenza di una crisi sia individuale che familiare è per questo che è fondamentale un’azione terapeutica mirata sia verso la persona coinvolta direttamente nel problema sia verso la famiglia, offrendo così a tutti i componenti la possibilità di uscire dagli schemi rigidi e ripetitivi che stanno alla base del blocco evolutivo, e la possibilità di cogliere le sfide che ne impediscono il cambiamento e a ridare linfa a quella spinta evolutiva necessaria a tutti i suoi membri. L’obiettivo del gruppo è agevolare in ogni partecipante una presa di coscienza dei comportamenti e delle dinamiche relazionali ed interpersonali dis/funzionali vissute all’interno dei sistemi di appartenenza (familiari e non); infatti è facendo emergere la disfunzionalità dello schema che auspicabilmente possiamo far in modo di rompere il suo circolo vizioso; spezzando le ripetizioni automatiche di determinati comportamenti/atteggiamenti possiamo quindi concepire nuovi modi, sani e funzionali, di stare in relazione con l’altro. In particolare l’intento è quello di approfondire quali sono, da parte dei componenti del gruppo, quelle dinamiche relazionali che hanno presumibilmente provocato la dipendenza o quelle che sono emerse in seguito nel contesto di riferimento e nelle relazioni preferenziali. Un attento sguardo viene anche rivolto ai meccanismi della comunicazione, quale “strumento principale di relazione che l’uomo ha a disposizione per creare e mantenere la relazione con i suoi simili (Quadrio, Venini, 1997) e sul ruolo che ha nell’esacerbare le conflittualità” (facendo riferimento ai 5 assiomi della comunicazione umana, secondo la Scuola di Palo Alto). A dispetto della comunicazione disfunzionale e patologica, si cerca di mettere un accento positivo su quella che viene denominata “comunicazione efficace”, soffermandosi sugli aspetti dell’empatia e dell’assertività. Ultimo obiettivo, ma non per importanza, è quello legato all’apprendimento di strategie sane e funzionali di regolazione emotiva: un’efficace gestione emotiva passa per il corretto riconoscimento dell’emozione provata, l’accettazione, l’autovalidazione, l’espressione e l’apprendimento. Il confronto reciproco e la lettura in gruppo di quanto emerso, permette poi ai componenti di rispecchiarsi nell’altro e di trovare nuovi ed utili spunti di crescita a livello individuale e sistemico. Un gruppo che, nonostante le difficoltà e le resistenze iniziali alla partecipazione, proprio in relazione alla delicatezza di quanto viene trattato, ha poi raggiunto al suo interno la giusta sintonia e coinvolgimento dei partecipanti e verrà riproposto sistematicamente nella struttura, con cadenza settimanale e per una durata di due mesi.

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Servizio Civile Universale: un’esperienza in Comunità

Un’esperienza dalla Comunità Dianova di Ortacesus: la testimonianza di Rachele Sono Rachele e ho ventitré anni. Ho iniziato il mio Servizio Civile Universale a maggio 2021 e il progetto che ho scelto si svolge nella Comunità Dianova di Ortacesus, comunità di recupero per persone con problemi di dipendenza. Dopo la laurea ho sentito il bisogno di fermarmi per capire in che direzione andare e quando nel bando ho visto che era presente questo progetto, avendo fatto anche una minima esperienza durante i miei studi in questo settore, ho mandato la mia candidatura, ho sostenuto il colloquio e sono stata presa. In un periodo storico così complesso, per una persona come me, che non accetta di stare ferma, il Servizio Civile Universale è stato una salvezza, perché grazie ad esso ho potuto e posso ogni giorno mettere in atto quelli che sono i miei valori; posso conoscere nuove persone, nuove storie, anche molto lontane dalla mia, e rendermi conto che non esiste un solo modo di vedere e di affrontare il mondo. Ho scelto questo progetto perché credo si possa e si debba fare di più. Non amo gli stigmi, le classificazioni, le categorizzazioni e le etichette. Non posso cambiare il mondo da sola, ma vedere che come me ci sono altre persone intenzionate, nel loro piccolo, a farlo e che vanno nella mia stessa direzione, è stimolante e motivante, mi porta a crederci di più, tanto che ho scelto di farne il mio lavoro, riprendendo i miei studi. Sono entrata in punta di piedi e in Dianova ho trovato una famiglia, che non lascia soli, che non abbandona, che non molla. La tossicodipendenza è una malattia, stigmatizzata, spesso ricondotta a un mero vizio, tenuta ai margini della società.Ogni giorno ascolto storie forti, accolgo il dolore di persone sole, abbandonate a loro stesse, che nella vita non possono contare su altri, al di fuori della comunità. Ogni giorno vedo ciò che la droga e che l’alcol tolgono, ciò a cui sono in grado di portare. Lavorare con persone che hanno problemi di dipendenze non può essere un ripiego. Richiede attenzione, costanza, presenza, richiede ascolto, empatia e comprensione. Non è una macchina che stacchi e che ricolleghi il giorno dopo, ma entra in gioco la variabile umana, che è imprevedibile. “Anche se noi usiamo droghe, se nella vita abbiamo sbagliato, abbiamo sempre delle emozioni. Siamo esseri umani anche noi.” Questo mi ha detto R. pochi giorni dopo aver cominciato il mio Servizio Civile in Comunità. E vorrei usare questa frase in risposta a tutte le persone che, anziché cogliere dai miei racconti l’entusiasmo e la passione che metto in ciò che faccio, mi guardano scettiche e mi dicono: ‘Ma lavori con i drogati?’ ‘Studi per rimanere in un posto così?’ ‘Vabbè è un periodo difficile per trovare lavoro, ora stai lì poi troverai di meglio.’ ‘Non hai paura?’ La gente dà per scontato che il meglio non possa essere, per qualcun altro, lì. Ad ascoltare e cullare le sofferenze degli altri, a tentare di restituire loro una vita migliore, una dignità. Prima del tossicodipendente, del criminale, del delinquente, c’è la persona. A volte è nascosta bene, fa più fatica a venire fuori o si nega, altre volte è lì, che ha bisogno di ascolto e di aiuto, pronta a riceverlo. La paura è di chi non conosce. E la paura la ho per chi conoscere non vuole, per chi stigmatizza, per chi deride senza comprendere, per chi rimane fermo, per chi non tende la mano, per chi non vuole vedere. A spaventarmi, in realtà, è il decidere di chiudere gli occhi davanti al dolore degli altri, ad accettare solo la propria verità, a vedere le cose solo da un punto fermo. Mi spaventa non scegliere, non fare passi avanti, non retrocedere, restare immobile nella convinzione di essere migliore di altri. Auguro a tutti i giovani di fare l’esperienza del Servizio Civile Universale nelle Comunità di Dianova, perché scegliere di aiutare gli altri è la più grande forma di ricchezza che possa esserci. Vuoi fare il Servizio Civile con Dianova? Scopri come fare, visita la nostra pagina!

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Ricominciato il percorso scolastico nella Comunità di Ortacesus

Un corso giornaliero per fornire ulteriori strumenti di reinserimento ai nostri ragazzi Dal 2015 è attivo nella struttura Dianova di Ortacesus, in collaborazione con il Ministero della Pubblica Istruzione e con i docenti del C.P.I.A. (Centro Provinciale Istruzione Adulti) n°1 di Cagliari, il progetto di scolarizzazione per gli ospiti “Non è mai troppo tardi: portiamo la scuola in comunità”. Un progetto che in questi anni ha permesso a oltre 60 ragazzi la possibilità di acquisire il diploma di Terza media o del primo biennio delle superiori e di realizzare diversi laboratori formativi, panificazione, pizzeria, restauro, archeologia e guide turistiche, teatro, etc… realizzati con la presenza di maestri d’arte e di professionisti, con relativo attestato di partecipazione. Sono 18 quest’anno i ragazzi che hanno aderito al progetto scolarizzazione, iniziato ad ottobre 2021 e che si concluderà a giugno 2022; un progetto in cui è la scuola che va in comunità ad arricchire il percorso dei ragazzi sottolineando l’importanza dell’aspetto formativo ed educativo. Un percorso che sin dal suo inizio ha visto la partecipazione di due insegnanti Anna Serra e Cristina Cabiddu che hanno sempre accompagnato i nostri ragazzi con passione e grande competenza e che oltre ad averli accompagnati nel percorso di studio sono diventate un vero punto di riferimento anche in termini educativi e formativi. Il percorso di studi prevede l’insegnamento diverse materie e i nostri ragazzi sono impegnati con la scuola quotidianamente per diverse ore; il programma è composto non solo da lezioni classiche ma è arricchito da visite guidate nel territorio, attività laboratoriali tra le quali spicca il Teatro (un corso che tra il 2020 e il 2021 ha visto la partecipazione di 15 ragazzi in collaborazione con la compagnia Cada Die Teatro) e altri corsi che rilasciano un attestato finale, come quello di giardinaggio che si è tenuto qualche mese fa. Ci teniamo a ringraziare tutte le professoresse e i professori che con impegno, anno dopo anno, accompagnano i nostri ragazzi in questo importante percorso, alimentando la loro motivazione dal punto di vista culturale e scolastico, stimolando la loro ambizione e aiutandoli a responsabilizzarsi permettendo loro di scegliere in modo autonomo come coinvolgersi all’interno di questa esperienza educativa.

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CryptoPop in interazione: l’arte contemporanea a supporto delle Comunità di Dianova

Un progetto nato dalla volontà dell’artista italiano RoddAlt che definisce la sua arte “Imperfetta, inconsistente e immediata” Ha preso il via dalla comunità di Garbagnate il progetto Cryptopop: un’iniziativa che mira ad offrire un’esperienza artistica per gli utenti delle strutture di Dianova, per dare spazio ad una libera espressione attraverso l’arte contemporanea, dove l’unico requisito è la volontà di raccontare il proprio stato d’animo attraverso forme e colori. RoddAlt ha avuto modo negli anni di conoscere Dianova ed ha voluto proporre alla nostra realtà un progetto artistico per coinvolgere i ragazzi e le ragazze dei centri di Dianova e realizzare delle opere a più mani: partendo da uno stato d’animo che RoddAlt metterà su tela, si passerà il testimone ad un Co-Artista (un ragazzo delle nostre comunità). Come in una staffetta, invece del bastone, il testimone sarà il pennello, per completare l’opera e rendere questo incontro unico.Sarà prodotto in co-partecipazione, prendendo liberamente ispirazione dalla metà della tela realizzata da RoddAlt in totale libertà secondo la propria personale capacità creativa. Il risultato finale sarà la presentazione dei propri lavori attraverso mostre e partecipazione ad eventi rivolti a tutta la comunità locale, con l’obbiettivo di abbattere lo stigma e gli stereotipi ancora presenti sulle persone con problemi di dipendenza da sostanze. L’iniziativa, mira ad offrire una esperienza artistica per gli utenti dei centri di Dianova, con la finalità di dare spazio ad una libera espressione attraverso l’arte contemporanea, la quale si rivolge ad un pubblico variegato, ove l’unico requisito è la volontà di raccontare il proprio stato d’animo attraverso forme e colori.Un modo per sviluppare le iniziative personali attraverso un linguaggio non giudicante, interpretando l’opera dal proprio punto di vista senza filtri e pregiudizi.Il progetto favorirà l’emersione delle differenze, contribuendo allo sviluppo delle propensioni individuali, nel proprio percorso di cura e riabilitazione dalle problematiche legate alle dipendenze permettendo di utilizzare la creatività come strumento comunicativo.L’ultimo aspetto, di importanza rilevante, sarà la restituzione al territorio dell’esperienza attraverso mostre ed eventi, in grado di far conoscere la problematica delle dipendenze, diminuendo il divario tra percepito e reale. All’interno di ogni singola mostra verranno esposte le opere realizzate. Questo progetto, della durata di 6 mesi, vede il coinvolgimento di 20 ragazzi e ragazze delle Comunità di Garbagnate, di Cozzo e di Ortacesus che realizzeranno 12 opere su tela di grandi dimensioni (220x160cm) che verranno poi esposte durante eventi e mostre che si realizzeranno sul territorio.

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Il gruppo Genitorialità nella Comunità Dianova di Ortacesus

Una nuova esperienza realizzata grazie al C.P.I.A di Cagliari per i ragazzi della struttura. Ogni martedì per circa 2 ore, 10 ragazzi della Comunità di Ortacesus si ritrovano con Manuela Angius, pedagogista del C.P.I.A 1 di Cagliari per affrontare l’argomento della genitorialità. Il percorso ha diversi obiettivi: favorire un approfondimento del rapporto genitori-figli, invitando i componenti a condividere le proprie esperienze sia con la figura paterna sia con gli eventuali propri figli, permettendo di socializzare la propria esperienza in un contesto gruppale; favorire un interscambio positivo di esperienze, lasciando la libertà ai partecipanti di condividere le proprie esperienze passate e anche restituire ai ragazzi la consapevolezza delle proprie risorse ed aumentare la stima di sé in quanto padri o futuri padri. Attraverso il raccontarsi, il narrarsi, il dialogo, l’ascolto attivo, il confronto e la riflessione la pedagogista invita i ragazzi a far emergere nel gruppo le possibili “soluzioni” alle difficoltà incontrate nell’esperienza genitoriale o quelle che potrebbero emergere in futuro. Il gruppo Genitorialità infatti è aperto a tutti non escludendo chi non è genitore anche per poter permettere un confronto più ampio tra i partecipanti per non limitarsi al contesto genitoriale passato (il ruolo che ha avuto il proprio padre) ma ampliarlo a quello futuro (il padre che sarò un giorno). Un gruppo dinamico che darà l’opportunità a tanti ragazzi di confrontarsi sulle proprie esperienze passate per poter indagare e trovare delle soluzioni nel contesto genitoriale futuro. Un altro interessante percorso per i ragazzi della struttura di Ortacesus realizzato in collaborazione con il C.P.I.A di Cagliari, a cui non possiamo che dire grazie per continuare ad offrire corsi, laboratori e attività ai nostri ragazzi da ormai diversi anni.

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Gli attori della Comunità di Ortacesus
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Il corso di teatro della Comunità Dianova di Ortacesus

Una nuova esperienza per i ragazzi della struttura di Ortacesus nata grazie ad una collaborazione tra enti del territorio. A dicembre 2020 nella struttura di Ortacesus i nostri ragazzi hanno conosciuto Pierpaolo Piludu e Alessandro Mascia, attori e rappresentanti della compagnia “Cada Die Teatro”, una cooperativa sociale nata a Cagliari nel 1982 che produce, allestisce e mette in scena opere e spettacoli teatrali di ricerca e innovazione sia per un pubblico adulto che per l’infanzia e la gioventù e si occupa di attività di formazione, programmazione, organizzazione e conduzione di corsi e laboratori per bambini, giovani, adulti e anziani.  La collaborazione tra la Comunità Dianova di Ortacesus e la compagnia teatrale Cada Die nasce all’interno grazie alla relazione consolidata nel tempo con gli insegnanti del C.P.I.A di Cagliari. La pandemia di Covid19 purtroppo ha necessariamente sospeso tutte le attività esterne: infatti le lezioni di recitazione e lettura espressiva tenute dagli attori della compagnia teatrale, invece di iniziare a febbraio 2020, sono cominciate in concomitanza con la riapertura dell’anno scolastico ad ottobre 2020 con lezioni da remoto e successivamente in presenza.Un incontro a settimana della durata di 3 ore dove 15 ragazzi della Comunità hanno imparato tecniche di recitazione e interpretazione. Durante il laboratorio teatrale gli studenti sono stati invitati a mettersi nei panni di uno o più protagonisti del romanzo “Gli arcipelaghi” della scrittrice cagliaritana Maria Giacobbe. Ogni partecipante ha in questo modo potuto capire e rivivere in prima persona i sogni, le paure e le motivazioni che hanno spinto i personaggi creati dalla Giacobbe a compiere azioni talvolta spregiudicate e crudeli. La vicenda (un ragazzino che finisce in carcere perché sua madre lo ha spinto a vendicare l’assassinio di suo fratello, che aveva avuto la sventura di assistere a un furto) ha stimolato una riflessione profonda sui temi della violenza, della vendetta e della pena. Si è lavorato sul favorire l’acquisizione di tecniche e competenze teatrali in un “contesto protetto”, dove tutti hanno potuto mettersi in gioco in un clima di piena collaborazione e ascolto reciproco. I ragazzi hanno messo in pratica le nozioni imparate in una rappresentazione che si è tenuta venerdì 12 marzo negli spazi della struttura di Ortacesus: un evento a porte chiuse che però è stato trasmesso in diretta sul canale Facebook di Dianova “Alla fine ci siamo dovuti accontentare di presentare il nostro lavoro davanti ad un pubblico virtuale, ma è stata comunque un’emozione molto bella” hanno dichiarato i ragazzi di Ortacesus. Per tutti i nostri ragazzi si è trattato della prima esperienza con il palcoscenico: “Speriamo ci siano altre occasioni, recitare significa cambiare e rinnovarsi: quello che cerchiamo di fare noi in Comunità giorno dopo giorno.” Alessandro Mascia, attore e regista dello spettacolo, ripercorrendo questo anno di pandemia, racconta il percorso laboratoriale con i ragazzi della Comunità Dianova: “La lontananza fisica tra le persone, il timore della vicinanza, del naturale scambio fisico di un abbraccio o anche semplicemente nel toccare una spalla, nello stringersi la mano… Senza dimenticarci che prima ci si salutava anche baciandoci amichevolmente… perché il teatro è anche questo”, sottolinea. “E se penso al nostro lavoro a Ortacesus – continua e conclude – in fondo ha significato proprio provare a ricucire naturali relazioni umane, espressive, contatti sociali, lavorare in gruppo e condividere oltre le ‘distanze’ le singole individualità e vite, cercando di trovare sempre una vicinanza ’empatica’ ed ’emotiva’”. Il 27 marzo in concomitanza con apertura teatri in Italia la compagnia Cada Die Teatro simbolicamente aprirà la stagione realizzando il proprio spettacolo a favore degli ospiti della struttura.

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Il gruppo prevenzione della ricaduta di Ortacesus
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Nella Comunità di Ortacesus nasce un nuovo gruppo sulla prevenzione delle ricadute nelle dipendenze

L’obiettivo del Gruppo Prevenzione Ricaduta è favorire un’adeguata consapevolezza delle situazioni di rischio che portano la persona a ricadere nell’uso delle sostanze e, allo stesso tempo, stimolarla ad intraprendere un lavoro personale mirato alla prevenzione. Il Gruppo Prevenzione delle ricadute nelle dipendenze, gestito dagli psicologi della Comunità Dianova di Ortacesus, vuole sviluppare un lavoro mirato alla presa di consapevolezza delle situazioni ad alto rischio che possono determinare la ricaduta nell’uso delle sostanze sulla base della “Relapse Prevention Therapy” di Marlatt e Gordon (1985), un modello ampiamente utilizzato soprattutto per le problematiche legate alla dipendenza da alcol, che individua diverse situazioni di rischio che possono portare la persona ad avere una ricaduta nell’uso della sostanza: Stati emotivi sia negativi che positivi: emozioni come ansia, rabbia, tristezza ma anche gioia e felicità possono favorire infatti la ricaduta nell’uso delle sostanze, sia per chi vive un “senso di insoddisfazione” sia per chi usa le sostanze per potenziare il proprio senso di gratificazione. Conflitti interpersonali e famigliari. Pressioni sociali, che si concretizzano in contesti comuni, quando ad esempio si frequentano persone che fanno uso e/o spingono la persona a farne uso. Fattori ambientali, come ad esempio ritrovarsi negli stessi luoghi dove si faceva uso. Difficoltà lavorative e/o di studio. Occasioni di uso di altre sostanze. Condizioni fisiche negative. Verifica di autocontrollo o di prova, in quei casi in cui, ad esempio, dopo un periodo di astinenza, si prova la sostanza per verificare l’effettivo “rifiuto” di essa e potersi definire “guariti”. La Relapse Prevention Therapy (RPT) fa una distinzione tra “episodio di ricaduta” e “processo di ricaduta”: è necessario che la persona possa fronteggiare un episodio di ricaduta e gestire l’Effetto di Violazione dell’Astinenza (AVE). Quest’ultimo infatti può determinare un crollo dell’autoefficacia e generare sentimenti di autosvalutazione, colpa, vergogna e fallimento che spesso possono portare la persona a non mettersi in una posizione protettiva, negando o sottostimando il fatto, criticandosi e non chiedendo aiuto: è così che la persona si espone ad un processo di ricaduta completo e stabile. Per evitare questo tipo di situazioni bisogna costruire e consolidare strategie di coping efficaci che permettano alla persona di gestire l’emotività e le situazioni di rischio, focalizzandosi sulla propria capacità di problem solving e sulla capacità di chiedere aiuto. È proprio su queste strategie che gli psicologi della Comunità Dianova di Ortacesus lavorano nel Gruppo Prevenzione Ricaduta: un incontro della durata di un’ora e mezza che si tiene ogni due settimane e vede il coinvolgimento di 13 ragazzi. Basandosi proprio sul modello RPT, che viene descritto e spiegato dettagliatamente ai partecipanti, gli psicologi della struttura invitano i ragazzi a raccontare i propri vissuti personali e le eventuali risonanze emotive legate al ricordo che vengono elaborate ed indagate anche grazie al contesto gruppale dell’incontro. Parte fondamentale del Gruppo Prevenzione Ricaduta è proprio lavorare insieme ai ragazzi sui fattori predisponenti alla ricaduta che possono portare rapidamente a situazioni ad alto rischio (presenza di craving, indulgenza verso la ricaduta e/o scarsa o assente motivazione). Come sappiamo la Comunità è un contesto protetto, dove necessariamente non si consuma la sostanza: per poter concretamente aiutare i ragazzi a prevenire la ricaduta una volta terminato il percorso terapeutico, gli psicologi della comunità di Ortacesus cominciano fornendo loro degli strumenti pratici proprio in riferimento al percorso residenziale: invitare i ragazzi a condividere subito un’eventuale ricaduta per poter “spezzare” immediatamente l’effetto AVE, permettendo di iniziare tempestivamente un lavoro di elaborazione e di agire da una posizione protettiva. La ricaduta nella sostanza deve esser vista come uno stimolo a conoscersi meglio e a crescere ed è proprio indagando sé stessi che si può intervenire con efficacia in questo tipo di situazioni; il Gruppo Prevenzione Ricaduta della Comunità di Ortacesus ha infatti l’obiettivo di fornire ai ragazzi tutti gli strumenti necessari per prevenire la ricaduta, lavorando sia sui punti di forza e di debolezza della persona sia dal punto di vista individuale che gruppale.

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La dott.ssa Giusti durante la presentazione della mindfulness nelle dipendenze
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Mindfulness nelle dipendenze: uno strumento terapeutico nella Comunità di Palombara

Le pratiche della mindfulness applicate nell’intervento sulla dipendenza da sostanze Esiste uno specifico protocollo rivolto alle persone che sviluppano una qualche forma di dipendenza che integra il trattamento cognitivo-comportamentale ai tradizionali insegnamenti; la mindfulness nelle dipendenze consiste in pratiche che offrono agli utenti l’opportunità di osservare i propri vissuti, comprendere i reali bisogni e trovare uno spazio per mentalizzare anche gli stati di sofferenza. Letteralmente la mindfulness è la capacità di “porre attenzione in modo particolare: intenzionalmente, nel momento presente e in assenza di giudizio”. Ed ecco che la mindfulness applicata nelle dipendenze diventa uno strumento terapeutico che permette ai ragazzi di approfondire diversi aspetti interiori. È da questi presupposti che nasce il laboratorio esperienziale di minfulness nella Comunità di Palombara tenuto dalla Dott.ssa Tania Giusti; un corso dove partecipano volontariamente 14 ragazzi e ragazze con incontri a cadenza settimanale. I primi incontri, della durata di circa 1 ora e mezza hanno l’obiettivo di portare i partecipanti ad avere una maggiore consapevolezza del quotidiano, per poi passare all’accettazione di sé stessi e delle esperienze passate e infine concludere con lezioni di 2 ore e 30 basate sulla ricerca di uno stile di vita equilibrato e sul miglioramento dei rapporti interpersonali. Ogni incontro ha una parte teorica per illustrare le caratteristiche della mindfulness e una parte esperienziale dove i ragazzi svolgono meditazioni sempre diverse guidati dalla voce della psicologa Tania Giusti, che scandisce l’inizio e la fine della pratica con il suono di una campana tibetana. Per concludere, ogni lezione termina con un momento di condivisione e confronto tra i partecipanti. Nel praticare lo strumento terapeutico della mindfulness nelle dipendenze si coltivano comprensione ed accettazione, i ragazzi imparano ad elaborare anche i sentimenti e i vissuti più negativi. Il dolore viene accolto come qualsiasi altra esperienza umana, non viene negato né evitato, e questo ne riduce la sofferenza.Si sviluppa la capacità di auto-osservarsi, si diventa più consapevoli dei propri stati interni e si impara a lasciare andare pensieri ed emozioni. “Attraverso le meditazioni si sviluppa la capacità di vedere ed accettare le cose per quelle che sono senza giudizio e ciò aiuta a non reagire in modo automatico e inconsapevole, che per i ragazzi della Comunità corrisponde alla droga o alla bottiglia e a tutte le conseguenze negative che la tossicodipendenza comporta.Semplicemente ancorandosi al presente, portando l’attenzione al respiro o alle sensazioni del proprio corpo, i ragazzi imparano nuove strategie di coping, maggiormente utili nelle situazioni ad alto rischio, con cui dovranno confrontarsi per il resto della vita.” dice la Dott.ssa Giusti L’applicazione dello strumento terapeutico della mindfulness nelle dipendenze in Dianova parte da una ricerca condotta dalla Dott.ssa Barnato; ad oggi viene utilizzata nelle Comunità di Palombara, Ortacesus e Montefiore.

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