Ricordo ancora quel giorno di Luglio dell’anno scorso in cui il mio tutor formativo mi disse: “Valentina proviamo con la tossicodipendenza?”. Ero incerta su cosa dire, inconsapevole di ciò che mi avrebbe aspettato e così, mossa dalla sola curiosità risposi: “ Proviamoci”.


Subito iniziai a fare delle ricerche per trovare una struttura adeguata e così trovai l’Associazione  Dianova Onlus.
Rimasi colpita immediatamente dal luogo: il fatto che la comunità fosse inserita all’interno di un contesto aperto a tutti, non isolato e soprattutto confinante con altre abitazioni, mi affascinava.
Condividevo la missione, gli obiettivi e la filosofia di riferimento, per come mi erano stati presentati.
Ero terrorizzata di non essere in grado di portare a termine queste 300 ore, non sapendo cosa fare, cosa dire e come relazionarmi con tutti.
Prima d’ora non avevo mai fatto esperienze in comunità; non avevo idea di cosa significasse convivere 24 ore su 24 con le stesse persone, condividere momenti quotidiani e anche molto intimi e privati… la mia percezione era quella di essere entrata a far parte di una grande famiglia con una grande casa. Subito mi sono sentita accolta e col tempo ho iniziato a disegnare la mia figura, quello che era il mio ruolo con il sostegno e l’aiuto del mio tutor, degli altri operatori e soprattutto degli utenti.
E ora arriviamo alla tossicodipendenza. Ho sempre pensato che fosse un ambito che non mi interessasse; parlando con le mie compagne dicevo: “Preferisco aiutare persone che sfortunatamente si sono ritrovate in condizioni svantaggiose e sfavorevoli, piuttosto che lavorare con persone che si sono andate a creare dei problemi volontariamente da sole!”.
E così iniziò la mia esperienza non solo professionale e formativa ma soprattutto di vita.
La cosa più assurda? Che inizialmente non riuscivo a considerare queste persone come dei tossicodipendenti veri e propri; a volte mi sono pure ritrovata a giustificare la loro condizione di dipendenza. Da lì il passaggio a capire che la tossicodipendenza non è una malattia, a volte non è solamente un semplice modo di fuggire dalla realtà, di ribellarsi al sistema… dietro ad essa si nasconde un mondo frutto delle esperienze di vita di ciascuno, delle relazioni più significative, di emozioni, sentimenti, fallimenti e successi…
A mio parere è molto difficile rintracciare le cause che spingono ad avvicinarsi alle sostanze; ciò che ho capito grazie a questa esperienza è che non si possono emettere giudizi, sentenze a priori basandosi solamente su dicerie comuni e banali che la nostra società ci offre. Occorre invece per poter capire e conoscere maggiormente questa problematica conviverci, vivere con queste persone che hanno fatto delle scelte personali che magari possono essere non condivise, disprezzate ma che comunque devono essere valutate, considerate cercando di dare un senso a tutto ciò.
L’obiettivo del mio tirocinio era quello di sperimentare la relazione educativa.
Inizialmente non avevo ben chiaro che cosa potesse fare un educatore all’interno di una struttura del genere, quali fossero i suoi compiti e con che modalità trattasse e gestisse questa problematica. A volte ho anche vissuto la frustrazione che accompagna questo lavoro, soprattutto in un contesto del genere dove si lascia un alto grado di libertà e di scelta al singolo per quanto riguarda la decisione di intraprendere o meno un percorso comunitario e soprattutto di continuarlo. Ho visto molte persone abbandonare il programma dopo pochi mesi, ricadere nella dipendenza anche dopo anni di comunità…e mi sono chiesta: “Ma allora io cosa posso fare? Gli educatori che ruolo e funzioni hanno? La comunità a cosa serve?”. È difficile trovare una risposta a queste domande che possa avere una valenza globale. Io però ho deciso di dare un senso a tutto ciò che ho fatto, a ciò che ho sentito e vissuto; dare un senso alla figura dell’educatore professionale, dare un senso alla comunità e soprattutto dare un senso a questa problematica, perché il non porsi queste domande, il non cercare di trovare delle risposte è già indice di un fallimento personale che inevitabilmente si riverserà sull’altro.
La comunità è un’ alternativa di vita; stare in comunità vuol dire scegliere di cambiare, di sperimentarsi e di provare a vivere in un modo diverso. L’educatore è colui che accompagna l’altro in questo percorso, colui che offre all’utente la possibilità di scrivere delle nuove pagine del libro della sua vita insieme, sostenendolo e supportandolo.
Il cambiamento è un qualcosa che la persona ha già dentro di sé; l’operatore deve condurlo a questo cambiamento.
Ciò che ho appreso in questi mesi non sono solamente informazioni, nozioni e contenuti di tipo teorico formativo. Ho potuto constatare la fatica di questo lavoro, il carico emotivo che necessariamente accompagna ogni relazione che si viene ad instaurare, il riuscire a fronteggiare situazioni che evocano emozioni e sentimenti anche a livello personale.
Le relazione educativa oltre ad essere una relazione d’aiuto che deve essere pensata, costruita, monitorata insieme al soggetto è anche una relazione di reciprocità nella quale operatore ed utente collaborano insieme in vista di obiettivi condivisi.
Essa non è solamente lo strumento del quale l’educatore si serve ma è soprattutto l’obiettivo dell’intervento educativo.
Sono rimasta affascinata da questa realtà: una realtà che ti chiede continuamente di metterti in gioco, che ti da la possibilità di auto osservarti, di riflettere su te stesso, di sperimentarti, di sentirti tutelato grazie al lavoro di équipe, di confrontarti e di conoscere modi di vivere diversi.
Ciò che più mi ha colpita nel momento in cui salutavo gli utenti e gli operatori era sentire questa carica energetica che si trasmetteva tra un abbraccio e l’altro, indice di un legame che si è creato e che è maturato; ciò che più mi è dispiaciuto è l’aver lasciato in quel posto una parte di me che ho scoperto in questi mesi.

 

Valentina De Domenico

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